Il commento del lettore - Claudia Sonia Colussi Corte Stampa E-mail

Prima di affrontare il viaggio verso l'isola nuda, l'Autrice si sofferma sulla descrizione di questo scoglio roccioso per far capire al lettore come davvero fosse impossibile pensare alla fuga e fosse anche molto difficile mantenere un senso di appartenenza al resto del mondo.

goliotok Goli Otok è un isolotto segnato nella carta geografica con un piccolissimo segno. Si trova a nord del litorale croato, in prossimità di un'isola più grande, quella di Rab (Arbe). È distante circa 10 miglia dalla costa ed ha una superficie di appena 4,7 chilometri quadrati. L'isola ha una forma triangolare. Il suo punto più alto, di 105 metri, è a nord dove la sua costa ripida è inaccessibile, mentre la parte meridionale dell'isola è ricca di piccole baie e insenature. La profondità del mare che la circonda è di 30 metri. Prima della Grande guerra questa isola era di proprietà privata. Un'impresa italiana aveva dei lavori di ricerca del minerale bauxite. Uno scultore croato, A. Augustincic, cercava il marmo per farne sculture, mentre un ministro dagli Affari Interni croato I. S. Krajacic, cercava un'isola dove poter fare un campo di concentramento per i prigionieri politici, che venivano anche chiamati “inforbirovci” o detenuti amministrativi. Lo scultore rinunciò alla ricerca del suo marmo a favore del ministro che ritenne che l'isola (secondo certi indizi non definiti) corrispondeva completamente al carcere ideato personalmente dal capo dello stato, il maresciallo Tito. Naturalmente, un documento che potesse confermare la costituzione del cercare di Goli Otok non è mai stato trovato. Tuttavia, la conferma della consapevolezza di Tito delle mostruosità di Goli Otok la si può trovare nelle sue parole “Distruggeteli tutti, fate che si mangino fra di loro”, pronunciate con spietatezza durante un dibattimento a porte chiuse, nell'anno 1949, subito dopo l'apertura del carcere. E questa non era l'unica volta che dimostrava tutto il suo odio verso coloro che avevano soltanto la colpa di credere nella forza di un comunismo internazionale unito, di credere nell'impeccabilità dell'Unione Sovietica e di essere dei romantici entusiasti.


La memoria di Claudia Sonia Colussi Corte è un atto di denuncia. Una storia forte, dolorosa, raccontata per dar voce all'esperienza del padre, più che per scrivere di sé. Perché si sappia, perché non si dimentichi.
Leggendo il brano che mi ha più colpito di questa memoria e che propongo alla lettura, possiamo davvero vedere la piccola Claudia nella traversata con la madre verso l'isola di Goli Otok. La vediamo spaventata, sotto il peso di un evento che è tanto più grande di lei e della sua possibilità di comprenderlo.
Un testo prezioso per la testimonianza storica, rivolto a chi ha il coraggio di condannare sempre e comunque la repressione come mezzo di privazione della libertà di pensiero.
Si tratta, certamente, di una memoria scritta tanti anni dopo e questo rende molto difficile riconoscere nel volto sorridente delle fotografie dell'autrice bambina, la piccola attrice della storia.
La bellezza di questo brano e la sua forte drammaticità, con tutte le atrocità subite dal padre di Claudia e da lei raccolte e raccontate perché non se ne perda la traccia, hanno il potere di indignarci. E non è poco.

Loretta Veri




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